L’eterno scontro tra le due anime della Rivoluzione
Solo un regista di grande visione e dotato di un coraggio ai limiti della temerarietà nella scelta dei suoi soggetti come Mario Martone poteva scegliere di riportare a teatro, dopo decenni, la complessissima opera di Georg Büchner, Morte di Danton, risalente al 1835. Complessissima sia per l’onerosità della messa in scena – una durata superiore alle tre ore, una sessantina di personaggi, decine di set, che richiedono tecnica e fantasia non comuni per la resa scenografica – sia per la asperità di un testo che non offre appigli al lettore a digiuno di storia della Rivoluzione francese, materia storica che tra tutte è forse quella più difficile da padroneggiare. La tentazione di semplificare è dietro d’angolo, così come di cercare una facile chiave di lettura: dopo i grandi successi a Milano e Torino, la Morte di Danton di Martone sta completando il suo tour per l’Italia e la critica, al di là dei ben meritati elogi alla messa in scena, è sembrata incespicare nel tentativo di trovare un paragone tra quelle vicende del lontano 1794 e la realtà dei giorni nostri. Tentazione irrinunciabile, certo: non vi si sottrassero nemmeno i critici cinematografici all’indomani dell’uscita al cinema del Danton di Andrzej Wajda (che ci ha lasciati qualche mese fa), nel 1983: all’epoca il film fu considerato una critica al regime comunista della Polonia, terra natìa del regista, ma questi si affrettò subito a smentire simili paragoni. La verità è che questa pagina della storia della Rivoluzione, forse la più drammatica, non cessa di esercitare su di noi quel fascino morboso e sublime del fatalismo storico, sostanziatosi nella realizzazione della profezia lanciata dal podio della Convenzione dal girondino Vergniaud (poi ghigliottinato) un anno prima: “Si deve temere che la Rivoluzione, come Saturno, divori tutti i propri figli”.

Questo scontro politico all’ultimo sangue tra i due giganti della Rivoluzione, Danton e Robespierre, è stato rappresentato numerose volte: oltre che da Büchner e da Wajda, lo ritroviamo più o meno fedelmente ancora nella miniserie sulla Rivoluzione realizzata nel 1989 per il bicentenario (nello specifico nella seconda parte, Les Années Terribles, diretta da Robert Enrico), nello sceneggiato poi andato perduto I giacobini di Federico Zardi per la regia di Edmo Fenoglio (1962, si possono ritrovare degli spezzoni sonori su Youtube), e nell’imponente opera prima della scrittrice Hilary Mantel, A place of greater safety, scritta negli anni Settanta, pubblicata solo nel 1992, che ripercorre le vicende di Danton, Desmoulins e Robespierre dalla giovinezza fino, appunto, alla morte di Danton (Mantel sceglie di non indugiare oltre sulle vicende che di lì a poco porteranno anche Robespierre alla ghigliottina: la Rivoluzione, per lei, muore con Danton). E ha diviso per due secoli gli storici, tra chi sosteneva la colpevolezza dell’imputato Danton e chi piuttosto leggeva in quella condanna il punto di non ritorno della dittatura robespierrista. Nel secolo scorso, quello dei grandi processi per liquidare gli avversari politici – dall’URSS alla Cina e per tutto lo spettro delle repubbliche socialiste –, il processo Danton divenne una sorta di inquietante presagio del passato.

Oggi siamo tentati di interpretarlo in modo meno politico e più manicheo: Danton rappresenta il vizio (nell’interpretazione di Depardieu nel film di Wajda è quasi sempre accompagnato da una bottiglia di vino), Robespierre la virtù. I due giganti della Rivoluzione finiscono per essere ridotti al rango di maschere del teatro popolare, perdendo ogni traccia di complessità e sfumatura. Büchner, senza dubbio, ha favorito questa lettura. In uno dei passaggi più personali del suo dramma, vediamo Danton rimproverare al collega la sua ostentata virtù: “Tu non prendi denaro, tu non fai debiti, tu non vai a letto con donne, tu indossi sempre un vestito decoroso e non ti ubriachi mai. Robespierre, tu sei di una rettitudine che fa indignare. Io mi vergognerei di gironzolare per trent’anni tra cielo e terra sempre con la stessa fisionomia morale, solo per il piacere miserabile di trovare gli altri peggiori di me”. E Robespierre ribatte: “Tu dunque neghi la virtù?”. Questa dicotomia esasperata è il frutto di due secoli di stratificazione delle diverse letture politiche del Terrore. Per gli avversari di Robespierre (i “termidoriani”, ossia gli artefici del colpo di stato del 9 Termidoro), l’Incorruttibile era una figura esaltata, “chiuso nel suo cupo sogno di gloria”, per usare le parole con cui Moro definì Andreotti, un prete mancato desideroso di trasformare la Francia nella realizzazione dei suoi sogni puerili, un paese di soli uomini virtuosi, fedeli all’Essere supremo e alla Virtù – sempre presente nei suoi ultimi discorsi. Per gli avversari di Danton, che ne ottennero la sua liquidazione, il tribuno del popolo non era che un vizioso, che aveva approfittato della Rivoluzione per arricchirsi tradendo poi sistematicamente tutti coloro che credettero di comprarsene i servigi: “Nessun patto, nessun armistizio con coloro che miravano solo a saccheggiare il popolo, che speravano di compiere questo saccheggio impunemente, e che consideravano la Repubblica una speculazione e la rivoluzione un mestiere”, tuona il Robespierre di Büchner (ma alcune delle formule sono storicamente veritiere) rivolto ai dantonisti.

 

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Crediti: Teatro Stabile di Torino.

 

L’ultima alleanza di Danton e Robespierre contro gli hébertisti
Cerchiamo allora di riportare la vicenda nella sua giusta prospettiva, inquadrarla nella sua cornice storica, restituirne la complessità al di là della drammatizzazione – che pure è irrinunciabile, se è vero quel che Hilary Mantel faceva dire nel suo romanzo a Robespierre, ossa che history is fiction (“la Storia è romanzo”, ma anche allo stesso tempo “finzione”). Mentre nel film di Wajda manca completamente, e colpevolmente, ogni accenno agli hébertisti, nel dramma di Büchner vengono invece citati nelle prime scene. Non è possibile comprendere la caduta di Danton senza gli hébertisti. Verso la fine del novembre 1793, Danton ritorna a Parigi dopo cinque settimane trascorse con la nuova, giovanissima moglie, nel paese natale di Arcis-sur-Aube. Questa sua partenza è stata interpretata come un tentativo di abbandonare la politica attiva e riconquistare una dimensione familiare e bucolica da lui sempre auspicata; dopo essere stato escluso dal Comitato di salute pubblica – che rappresenta il vero potere esecutivo nei mesi del Terrore – nel quale invece, a luglio, è entrato a far parte Robespierre, Danton ha visto gradualmente calare il suo ascendente politico. Ma, diversamente da quanto si è voluto sostenere, il ritorno di Danton a Parigi è invece salutato positivamente da Robespierre, il quale ne ha per la verità un gran bisogno. I due si sono alleati un’ultima volta con successo ai primi di settembre: in quei giorni tumultuosi, la Convenzione nazionale (l’assemblea parlamentare) è stata invasa dai manifestanti del Comune di Parigi, controllato dai cosiddetti hébertisti, dal nome del loro leader Jacques-René Hébert, l’influente direttore del giornale Le Pére Duchesne e sostituto-procuratore del Comune (carica molto influente). Gli hébertisti rappresentano l’ala più radicale della sinistra: vantano esponenti tra i banchi della Convenzione, ma soprattutto un largo seguito tra i sanculotti di Parigi, assai meno nel resto del paese. Le loro richieste vanno da un’inflessibile giustizia rivoluzionaria – ossia la rapida esecuzione di tutti i presunti traditori – a misure di nazionalizzazione dell’economia, fino al ridimensionamento del ruolo della Convenzione a favore delle assemblee popolari di sezione, strumenti di “democrazia diretta”. È il momento più critico per Robespierre, che rischia di farsi sopravanzare, lui che si è sempre caratterizzato come l’esponente politico più “rivoluzionario”. A venirgli in aiuto quel giorno è Danton, che dai banchi della Convenzione tuona il 4 settembre contro i manifestanti, riuscendo a far passare alcune misure demagogiche – tra cui “il Terrore all’ordine del giorno” – ma disinnescando al tempo stesso il tentativo insurrezionale che avrebbe potuto portare allo scioglimento della stessa Convenzione. Gli hébertisti possono comunque essere soddisfatti, tra l’altro, dall’ingresso nel Comitato di salute pubblica di due deputati a loro vicini, Billaud-Varenne e Collot d’Herbois, che fanno subito pendere più a sinistra l’ago della bilancia del governo rivoluzionario.

Alla fine di novembre, Robespierre deve affrontare una nuova minaccia: gli hébertisti hanno lanciato una dirompente campagna di scristianizzazione, che ha portato alla chiusura della chiese (trasformate in “templi della Ragione”) e a numerose spretizzazioni (tra cui quella del vescovo di Parigi, Gobel, imposta dallo stesso Hébert), oltre a spoliazioni diffuse degli arredi sacri. Robespierre, che da rousseauiano convinto è fedele all’idea di un Essere supremo, una versione teista del Dio cristiano, non può accettare questa sterzata atea, anche perché la ragion di Stato suggerisce di non soffiare ulteriormente sul fuoco della controrivoluzione, legata a doppio filo, specialmente in Vandea, alla difesa di un cattolicesimo tradizionalista e bigotto. (Va detto per inciso che è soprattutto questa seconda ragione, più che la prima – difesa dai sostenitori di una lettura idealista della politica di Robespierre –, a giustificare la sua condanna dell’ateismo. Per esempio una sera al Comitato di salute pubblica Robespierre attacca Anacharsis Cloots, uno dei principali sostenitori della scristianizzazione, con queste parole: “Ma come, voi ci avete dichiarato poco fa che bisognava entrare nei Paesi Bassi, rendere loro l’indipendenza e trattare gli abitanti come fratelli… e perché dunque cercate ora di alienarci i belgi urtando i pregiudizi ai quali voi li sapete tanto attaccati?”. Dal suo punto di vista, infatti, la scristianizzazione rischia soprattutto di alienare alla Francia i consensi dei giacobini all’estero, in primis in Belgio, dove i francesi stanno strenuamente tentando di rientrare dopo esservi stati scacciati dagli austro-prussiani.) Il ritorno di Danton è dunque provvidenziale: tornati alleati, i due lanciano un violento attacco alla scristianizzazione – “pagliacciate antireligiose”, nelle parole di Danton (che tra l’altro si era risposato segretamente alla presenza di un prete refrattario, contrario cioè alla riforma religiosa approvata nel ’91 dai rivoluzionari) – e respingono il nuovo assalto hébertista.

L’alleanza tra i due, alla fine del 1793, è molto stretta, e si sostanzia nell’operazione editoriale del Vieux Cordelier di Camille Desmoulins. Amico intimo di Robespierre – il quale era stato suo compagno di scuola al collegio Louis-Le-Grand, poi tra i testimoni di nozze del matrimonio tra Camille e Lucile, nonché padrino del loro figlio – ma anche di Danton – che l’aveva nominato suo segretario nel breve periodo in cui aveva ricoperto la carica di ministro della giustizia – Desmoulins è una personalità complessa e affascinante, ingiustamente sottovalutata dagli storici e valorizzata poi dai narratori: rivoluzionario della prima ora, noto con il soprannome di “Procuratore della Lanterna” per un suo incendiario pamphlet nel quale sosteneva l’impiccagione sommaria degli aristocratici ai lampioni, Desmoulins è stato eletto come Danton e Robespierre alla Convenzione, ma senza mai ricoprire incarichi politici. La gente lo chiama familiarmente Camille, come se fosse ancora un ragazzo (ha 33 anni); ma le sue doti di scrittore sono apprezzate. La sua Storia segreta dei brissottini ha spianato la strada alla caduta in disgrazia e poi all’esecuzione della destra moderata della Convenzione, quella dei girondini (o brissottini, dal nome del loro leader Brissot). Sembra pertanto ovvio che sia lui a dirigere la campagna denigratoria nei confronti degli hébertisti con un giornale creato apposta per diffamarli; operazione che dovrà preparare il terreno per la loro messa in stato d’accusa. Che questa operazione sia condivisa da Robespierre risulta evidente dal fatto che le bozze dei primi numeri del giornale gli vengano fatte leggere da Desmoulins. Che sia una presa di posizione contro l’hébertismo risulta chiaro a partire dal titolo: Danton e Desmoulins, che del club dei Cordiglieri erano stati i fondatori nell’89, intendono ribadire quella loro identità definendosi “vecchi cordiglieri” rispetto ai nuovi, gli hébertisti, che del club hanno assunto le redini all’indomani della morte di Marat. Vecchi relativamente, certo, perché sono ancora nella trentina; ma più navigati dei nuovi, certamente, e quindi più titolati a fregiarsi del titolo di “rivoluzionari”. Lo sottolinea Robespierre il 3 dicembre al club dei Giacobini: “Danton, tu sei accusato di essere fuggito all’estero. È stato detto che eri emigrato in Svizzera, che la tua malattia era una finzione per nascondere al popolo la tua fuga; è stato detto che la tua ambizione era quella di esercitare la reggenza per conto di Luigi XVII… Non sai dunque, Danton, che basta essere patrioti per essere calunniati? Non lo sapevi? Apprendilo dunque! Uomini entrati da poco nella Rivoluzione, ma, a quanto sembra, più capaci di te e di me di servirla, hanno raccontato queste cose”.

 

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Crediti: Teatro Stabile di Torino.

 

Gli eventi precipitano: la fuga in avanti di Desmoulins
La situazione cambia completamente quando Desmoulins arriva al colpo di testa: prima ancora che gli hébertisti vengano arrestati, avvia sul Vieux Cordelier una campagna d’indulgenza contro il Terrore che attacca lo stesso Comitato di salute pubblica robespierrista. È una mossa improvvida e fatale: da tempo Hébert e i suoi accusano Danton e Desmoulins di essere diventati moderati e controrivoluzionari, di voler mettere fine al governo rivoluzionario; Desmoulins ora serve loro queste accuse su un piatto d’argento. Non solo: da tempo anche Saint-Just, il principale alleato di Robespierre nel governo, lo incita a guardarsi dai due “vecchi cordiglieri”, di cui teme l’intrigo. Per Saint-Just, il loro fine ultimo è quello di rovesciare il Comitato di salute pubblica e istituire un nuovo governo nelle mani di Danton. Anche in questo caso, Desmoulins non fa altro che prestare il fianco alle accuse del pericolosissimo Saint-Just. Robespierre esita, frena coloro che chiedono l’arresto immediato di Desmoulins o almeno la sua espulsione dai Giacobini. Ma intanto nella sua testa inizia a prendere corpo un sospetto: che egli non sia altro se non un inconsapevole strumento di Danton, il quale col suo ritorno a Parigi e la campagna lanciata sul Vieux Cordelier ambirebbe al colpo di stato. È veramente questo l’obiettivo di Danton? Quasi certamente. Ci sono diverse testimonianze postume, rese da persone che ebbero modo di parlare con Danton in quei giorni, che portano a crederlo. L’obiettivo, sostanzialmente, sarebbe stato quello di espellere gli hébertisti dalla Convenzione e dal Comitato di salute pubblica e istituire un nuovo governo condiviso tra Danton e Robespierre, in grado di abolire le leggi del Terrore e avviare un percorso di pacificazione all’interno e all’esterno del paese. Operazione si sarebbe potuta anche concludere con un successo, se solo Desmoulins non avesse bruciato le tappe.

Perché lo ha fatto? Probabilmente per salvare il gruppo dei cosiddetti “dantonisti”, alcuni deputati che sono finiti immischiati nello scandalo della Compagnia delle Indie, una sorta di “tangentopoli” di quei mesi (in estrema sintesi, alcuni deputati avrebbero intascato tangenti dagli emissari della Compagnia delle Indie in cambio della promessa di far passare un decreto di liquidazione della Compagnia a condizioni più favorevoli). Nella vicenda è implicato soprattutto Fabre d’Eglantine, dantonista di ferro, suo braccio destro all’epoca del ministero della giustizia, e vi è sospettato anche Delacroix (o Lacroix), che di Danton era stato collega durante una missione nel Belgio occupato, nel corso della quale i due si erano arricchiti attraverso ruberie e spoliazioni. Danton teme che lo scandalo della Compagnia delle Indie finisca per travolgere anche lui, non perché vi sia implicato, ma perché è convinto che gli hébertisti ne approfitteranno per tirare fuori tutte le vecchie accuse di essersi arricchito grazie alla Rivoluzione. Alla Convenzione, Billaud-Varenne ha fulminato Danton, quanto questi ha cercato di ottenere ragguagli sulle accuse nei confronti di Fabre: “Guai a colui che è stato a fianco di Fabre d’Eglantine e che ancora si lascia gabbare da lui!”. Salvare i suoi amici dalla ghigliottina è quindi innanzitutto una questione di sopravvivenza. Forse è per questo, dunque, che Desmoulins, su suo suggerimento, sceglie di cambiare tono al suo giornale. Ma il non averne messo a parte Robespierre, il quale non ha avuto modo di leggere preventivamente le bozze dei nuovi numeri, è un errore gravissimo, che spinge l’Incorruttibile – sempre pronto a vedere complotti ovunque – a convincersi dell’esistenza di una cospirazione. L’arresto e l’esecuzione degli hébertisti lascia a questo punto il governo rivoluzionario di fronte a un’unica opposizione, rappresentata dai dantonisti. Per non lasciarsi travolgere dalle accuse di moderatismo, dopo aver fatto fuori l’ala della sinistra radicale il governo sa che bisogna occuparsi della nuova destra moderata rappresentata da Danton. È la politica che lo storico Pierre Serna ha lucidamente definito del “centro estremo”, cioè della necessità di mantenere sempre ferma la barra della Rivoluzione tra le due estremità, e che troverà la sua massima espressione nel governo del Direttorio. Il Comitato di salute pubblica robespierrista non è altro, sostanzialmente, che un governo centrista.

Ma perché Danton non agisce? Mario Martone ha letto nell’indecisione di Danton, perfettamente rappresentata nel dramma di Büchner, “l’impossibilità di invertire la rotta assegnata (da Dio? dalla Natura? dal Nulla?) agli esseri umani”. In parte può essere vero: Danton e Robespierre sono vittime di un certo pensiero fatalista, entrambi a un certo punto si convincono (Robespierre per la verità fin dall’89) che il loro destino sia di morire giovani immolati sull’altare della Rivoluzione. Ma c’è naturalmente una motivazione più politica: pur possedendo un certo seguito, Danton non è più l’uomo del 10 agosto, la grande giornata rivoluzionaria che nel 1792 vide l’intero popolo di Parigi sollevarsi per conquistare il palazzo delle Tuileries e abbattere la monarchia. Da quando ha perso il controllo del club dei Cordiglieri, Danton non è altro che un “idolo”, come lo definisce Robespierre. Non è più in grado di smuovere le folle, soprattutto dopo che le forze dei sanculotti sono state sedate con l’epurazione degli hébertisti. Potrebbe tentare un colpo di stato manu militari, ma per farlo ha bisogno di generali: Dumouriez, suo alleato nel ’93 in Belgio, ha tradito la Rivoluzione e si è consegnato al nemico dopo aver invano tentato di marciare su Parigi (c’è chi ha letto in quegli eventi la prova generale di un golpe dantonista); Dillon, amico intimo di Desmoulins (forse amante della moglie Lucile), è in carcere; resta il generale Westermann,  sul quale Danton può contare, ma il suo ascendente è pari a zero a causa delle atrocità di cui si è macchiato in Vandea. Danton esita perché non ha mezzi per realizzare il suo piano: potrebbe ancora riuscirci convincendo Robespierre, ma Robespierre non ne vuole sapere. Chi gli assicura che, una volta epurato il Comitato di salute pubblica da Billaud, Collot e Saint-Just – bestie nera di Danton e Desmoulins –, Danton non faccia fuori anche lui? Si decide ad agire, anch’egli dopo una lunga esitazione. Alla presunta “cospirazione dello straniero” di cui straparla nei suoi discorsi di quel periodo (riportati anche da Büchner) non crede probabilmente nemmeno lui, complottista per eccellenza. La presunta cospirazione fomentata da agenti del nemico (prussiani e austriaci che siedono alla Convenzione dopo essere stati naturalizzati francesi, tra cui Cloots) mirerebbe, a quanto si dice, ad abbattere la Rivoluzione attraverso due fazioni, l’una estremista – quella di Hébert – e l’altra moderata – quella di Danton –, le cui forze centrifughe combinate riuscirebbero a lacerare il governo rivoluzionario.

 

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Crediti: Teatro Stabile di Torino.

 

Il processo alla Rivoluzione
Il processo che si apre davanti al Tribunale rivoluzionario è certamente il più importante che si sia visto nella breve storia di questa istituzione, voluta peraltro dallo stesso Danton nel marzo del ’93. Il Tribunale ha già condannato, tra i tanti, Maria Antonietta, i girondini guidati da Brissot, il duca d’Orléans, gli hébertisti. Sono processi politici, il cui esito è scontato. Danton spera tuttavia di riuscire a dare filo da torcere ai suoi accusatori, ricordando il precedente di Marat, trascinato dai girondini davanti al Tribunale che però subito lo assolse, sotto la pressione del pubblico indignato. Ma erano altri tempi: il Terrore non si era ancora consolidato come sistema di governo. Di tutti gli accusati, solo Danton si difende, perché sa che solo lui può riuscire a rovesciare le sorti del processo, o comunque a costruire la sua leggenda postuma. In quei giorni torna a essere l’uomo del 10 agosto, il trascinatore delle masse, l’artefice di quella felicissima formula che è rimasta impressa nella storia francese: “Per vincere l’unica cosa di cui abbiamo bisogno è osare, osare ancora, osare sempre!”. Non ci sono rimasti verbali del processo, perché non ne vennero redatti, e al pubblico fu impedito di prendere appunti. Ci sono rimaste numerose testimonianze successive dei testimoni di quel dibattimento, grazie ai quali gli storici hanno potuto ricostruire l’impianto difensivo di Danton. Ma, bisogna ammetterlo, la grandezza di quel processo sta nel fatto di essere stato il primo dei processi alla stessa Rivoluzione, che poi si susseguiranno negli anni del Termidoro. Danton, nel difendersi, difende tutta la sua carriera dal 1789 in avanti dalle accuse di Saint-Just, che in ogni sua azione vide un tradimento. Lo storico robespierrista Albert Mathiez, agli inizi del secolo scorso, ha studiato quelle accuse sulla base di una messe enorme di documenti, concludendo per la colpevolezza senza appello di Danton. Oggi quel giudizio è stato notevolmente sfumato, sia perché l’antidantonismo di Mathiez aveva una componente politica (egli vedeva in Danton l’antesignano della corruzione del partito radicale della Terza repubblica, a cui lui, socialista, si opponeva, nonché il beniamino del suo avversario Alphonse Aulard, che insegnava alla Sorbona e che, da radicale e dantonista, forse ostacolò la carriera di Mathiez, che pure ne era stato allievo), sia perché oggi la storiografia non giudica più le personalità storiche dividendole tra buoni e cattivi, ma semplicemente analizzandone l’operato politico. Danton si arricchì con la Rivoluzione? Tutto lo lascia credere, ma non fu mai comprato al punto da tradire gli interessi della Francia. Cospirò per il potere? Certamente, ma perché voleva proseguire la Rivoluzione a modo suo, non certo rimettere il re sul trono. Tentò negoziati segreti con le potenze straniere? È provato, ma lo fece perché voleva risparmiare alla repubblica le perdite di una guerra che sarebbe durata, salvo brevissime interruzioni, fino al 1815, costando milioni di morti.

Il processo di Danton è quindi un processo retroattivo a tutta la Rivoluzione, cosa di cui Robespierre e Saint-Just non si avvedono: processando lui, processando Desmoulins, colui cioè che nel luglio 1789 era balzato su un tavolo nei giardini del Palais-Royal per incitare i parigini alla rivolta contro le truppe straniere, preludio alla presa della Bastiglia, Robespierre e Saint-Just ammettono che gli stessi momenti fondativi della Rivoluzione possono essere messi in discussione. Tra questi c’è, soprattutto, il grande buco nero della storia della Rivoluzione, rappresentato dai massacri di settembre. In una scena drammatica della sua opera, Büchner fa risvegliare Danton da un incubo al grido di “Settembre!”. È l’unica accusa che non sarà in grado di respingere: quella di aver permesso il grande eccidio nelle carceri parigine tra il 2 e il 5 settembre 1792, che costò la vita a migliaia di persone colpevoli solo di trovarsi in quel momento in prigione. Settembre seguirà sempre come un incubo Danton: esattamente un anno dopo, durante le manifestazioni hébertiste, griderà che “è necessario essere terribili, per evitare che lo sia il popolo”, sostenendo con quella formula le ragioni del Terrore di stato per evitare il terrore sanguinario della vendetta popolare. “I re erano a quaranta ore da Parigi… Le fortezze cadute, gli aristocratici in città… La Repubblica era perduta”, mormora Danton con la moglie a fargli eco. È un tentativo di giustificare gli eccessi di quei giorni orribili, di cui tutti fin da subito cercarono di sopprimere l’insopportabile ricordo, quello delle mutilazioni, delle violenze carnali, della testa e degli organi della principessa di Lamballe portati in processione su una picca davanti alla finestra di Maria Antonietta prigioniera… “Settembre” fu l’Auschwitz della Rivoluzione, con cui tutti i protagonisti di quegli anni dovettero fare i conti. “Abbiamo colpito – non è stato assassinio, è stata guerra interna”, prova a giustificarsi Danton, rivolto a se stesso. Ma per lui che ora chiede la clemenza, che “si risparmi il sangue degli innocenti”, è impossibile dimenticare quelle ore fatali in cui ovunque, nelle strade di Parigi, scorreva il sangue, mentre lui, chiuso nel suo ufficio al ministero della giustizia, restava immobile ad aspettare che la marea passasse senza esserne trascinato.

E Robespierre? Anche lui non fece niente in quei giorni, per quanto non ricoprendo all’epoca un incarico politico non si può considerarlo connivente con gli eccessi. Ma il ricordo dei massacri di settembre non ha mai assunto, in lui, i contorni di un incubo. Per Robespierre, il popolo aveva sempre ragione: egli aveva costruito la sua fortuna politica nell’ottobre 1789, quando – unico tra i colleghi dell’Assemblea Nazionale – aveva preso le parti dei manifestanti di Parigi venuti a Versailles a chiedere il pane al re. “Sono popolo io stesso”, disse una volta. Era un populista, ma sempre perfettamente consapevole del lato con cui schierarsi. La sua grande delusione fu l’abbandono del popolo nella notte fatale tra il 9 e il 10 termidoro, quando nessuno rispose ai suoi appelli all’insurrezione lanciati dal Comune e le truppe leali alla Convenzione vi facevano irruzione per arrestarlo e trascinarlo, con Saint-Just, alla ghigliottina. Il popolo non salvò Danton e non salvò Robespierre: quel popolo che essi avevano difeso, lusingato, manovrato per tutta la Rivoluzione voltò infine loro le spalle perché ne aveva abbastanza. Qui è il senso ultimo del dramma di Büchner: è la volubilità del popolo l’ago della bilancia di ogni Rivoluzione, e i suoi leader, che credono di poterlo manovrare, non sono in questo dramma che marionette a cui presto o tardi si taglieranno i fili. Se c’è da cercare un messaggio d’attualità nella riproposizione firmata da Martone, è in questo concetto che rovescia radicalmente tutti i dibattiti attuali sul populismo e restituisce al popolo – o meglio, ai “cittadini” – quel potere che esso crede erroneamente trovarsi tutto nelle mani dei governanti. Si sbaglia quindi a leggere Morte di Danton attraverso la versione caricaturale, riproposta da Wajda, di uno scontro tra Vizio e Virtù, o nel migliore dei casi tra due opposte visioni della Rivoluzione: Danton e Robespierre condivisero fino alla fine la stessa identica visione e il loro scontro va letto nei soli termini di una lotta per il potere. Lotta tra élite rivoluzionarie, dunque, che fu peraltro la caratteristica di tutto il decennio rivoluzionario: prima lo scontro tra legittimisti e costituzionalisti, poi tra giacobini e foglianti, poi tra montagnardi e girondini, quindi tra robespierristi e dantonisti, e poi dopo ancora tra termidoriani e – a un tempo – reazionari e neogiacobini. La caduta di Danton va quindi letta alla luce delle dinamiche politiche proprie a tutte le rivoluzioni e a tutti i regimi autoritari: è lo stesso calco del conflitto che contrappose Stalin a Trotsky e Deng Xiaoping alla Banda dei Quattro. Su tutto, piuttosto, si staglia un’amara verità, attuale ieri come oggi: che quello stesso popolo che può portare oggi in alto un uomo può condurlo l’indomani al patibolo.

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