La strumentalizzazione della Storia è sempre esistita. Intere società si basano sulla costruzione pubblica della memoria storica attraverso narrazioni spesso agiografiche e distorte. La Terza repubblica francese (e poi quelle che la seguirono, Vichy esclusa) dovette intraprendere un’impegnativa opera di ripulitura della storia della Rivoluzione francese dai suoi episodi più oscuri per trasformarla nel mito fondatore della Francia democratica. La repubblica democratica italiana ha a lungo rimosso le pagine più brutali della storia della Resistenza perché questa divenisse mito fondatore dell’Italia post-fascista. Allo stesso modo, il Regno post-unitario intraprese nei decenni immediatamente successivi al Risorgimento un imponente processo di costruzione pubblica della memoria attraverso l’istruzione pubblica, la ridenominazione di strade, piazze e luoghi pubblici e l’edificazione di monumenti commemorativi dedicati agli artefici dell’Unità d’Italia. Con il passare degli anni, l’esigenza del mito fondatore viene meno e gli storici iniziano a riportare alla luce, come fossero sedimenti archeologici, i luoghi della memoria storica sepolti sotto la patina della narrazione agiografica. Così è stato per la Rivoluzione francese, a partire dalla “riscoperta” dell’eccidio nella Vandea; per la Resistenza, con la riscoperta dei massacri delle foibe; e più recentemente con il Risorgimento, attraverso un’intensa attività pubblicistica di storici non professionisti che hanno fatto uscire dalla tradizionale torre d’avorio della ricerca storica i fatti drammatici relativi ai massacri operati negli anni dell’Unità e in quelli immediatamente successivi, nel complesso sforzo di porre tutto il territorio nazionale sotto il controllo del governo dei Savoia.

Tutto questo gli storici lo sanno bene. Non così chi invece crede che, dietro la rimozione collettiva di pagine nere della storia passata, ci sia un complotto con cui la comunità degli storici, connivente con i poteri forti, cerchi di nascondere la polvere sotto il tappeto, ostacolando la riscoperta di quei fatti a lungo obliati. Se così fosse, d’altro canto, non si spigherebbero i clamorosi successi editoriali di quanti, con il revisionismo risorgimentale, si stanno arricchendo. Ma per molti il fatto che si parli finalmente di quegli episodi non basta. La “verità” storica non può essere appannaggio solo di chi legge i libri revisionisti o ne consulta le sintesi sui siti web, ma deve essere riconosciuta pubblicamente, attraverso una reazione uguale e contraria a quella con cui, in passato, si è costruita la memoria pubblica: bisogna pertanto che si adottino leggi che riconoscano gli episodi storici dimenticati, che i nomi dei “martiri” abbiano le loro strade e le loro piazze, che le statue e i busti dei “carnefici” vengano rimossi, che nel calendario nazionale si inseriscano celebrazioni pubbliche di segno opposto a quelle con cui si celebrano, viceversa, le vicende storiche “edulcorate” (il 14 luglio, l’Unità d’Italia, il 25 aprile).

Questa logica è alla base dell’iniziativa assunta nelle ultime settimane dal Movimento 5 Stelle all’interno dei Consigli regionali di diverse regioni del Sud Italia per l’istituzione di una “Giornata della memoria per le vittime meridionali dell’Unità d’Italia”, approvata con apposita delibera e larghi consensi bipartisan in Puglia e Basilicata. “La conoscenza è il principio di ogni libertà: recuperare la consapevolezza della nostra storia, delle nostre origini, potrà servire a rendere i cittadini di questa terra e le nuove generazioni più liberi dai luoghi comuni sul Sud e sui meridionali, che troppo spesso nel patrimonio culturale collettivo hanno preso il posto di un pezzo di storia non scritta, e più capaci di impegnarsi attivamente per dare un futuro migliore alla nostra terra e all’Italia intera”, sostiene Valeria Ciarambino, consigliere regionale della Campania. La Società italiana per lo studio della storia contemporanea (SISSCO) si è inalberata, sottolineando come questo fenomeno sia il frutto di “un uso pubblico della storia fortemente strumentale”, che “evita il confronto con buona parte della storiografia nazionale e internazionale, la quale negli ultimi decenni ha indagato criticamente il processo di unificazione, decostruendo e rifiutando l’opposizione tra modernità e arretratezza”, ma evitando di “riproporre una visione dicotomica del Risorgimento, aproblematica e semplificatoria, di ‘buoni’ contro ‘cattivi’, vittime contro carnefici”, che è invece quella che il revisionismo cerca di rilanciare.

Credo che il confronto con la dimensione internazionale non possa che esserci utile, e avendo studiato più la Rivoluzione francese che il Risorgimento sento l’esigenza di ricordare l’analogo dibattito che ha scosso per tanti anni la Francia sul tema del “genocidio vandeano”. La bomba fu lanciata nel 1986 da Reynald Secher, storico di professione (aveva svolto il dottorato alla Sorbona), con il suo libro Le génocide franco-français: La Vendée-Vengé, pubblicato in Italia in una versione ridotta divulgativa nel 1989 con il titolo Il genocidio vandeano. Secher riuscì a riportare alla luce un autentico buco nero della storia della Rivoluzione, il massacro sistematico della popolazione insorta della Vandea nel corso del 1793-94 da parte delle “colonne infernali” del generale Turreau e, a Nantes, dal rappresentante in missione Carrier, provocando almeno 170mila vittime e la distruzione di larga parte dell’habitat tradizionale di quella regione, il bocage, che favoriva la guerriglia. Cose note agli storici, che Secher seppe tuttavia divulgare al grande pubblico impiegando la nozione di “genocidio”, concetto pesantissimo e pericoloso da maneggiare. Si trattò di genocidio, affermò, perché “queste rappresaglie non corrispondono a quegli atti spaventosi ma inevitabili che possono aver luogo con l’accanirsi dei combattimenti nel corso di una guerra lunga e atroce, bensì a massacri premeditati, organizzati, pianificati e commessi a sangue freddo, massicci e sistematici, con la volontà cosciente e proclamata di distruggere una ben determinata regione, e di sterminare tutto un popolo, preferibilmente donne e bambini, per estirpare una ‘razza maledetta’ giudicata ideologicamente irrecuperabile, il che costituisce il fondamento stesso di un genocidio”. Secher avrebbe potuto limitarsi a ricostruire la storia dei massacri in Vandea, ma utilizzando fin dal titolo del libro il concetto di genocidio suggeriva la necessità di un riconoscimento postumo per i crimini di cui la Rivoluzione si era macchiata, e s’impegnò attivamente negli anni seguenti per ottenerlo, diventando la bandiera dell’estrema destra. Il concetto si radicò al punto che nel 1993 lo scrittore russo Solženicyn, intervenendo all’inaugurazione di un monumento commemorativo per i martiri della Vandea, paragonò il genocidio vandeano al totalitarismo sovietico. Nel 2007, nel 2012 e di nuovo nel 2013 parlamentari del partito di centrodestra UPM e del Front National di Le Pen hanno avanzato proposte di legge all’Assemblea nazionale per riconoscere pubblicamente il genocidio vandeano, senza tuttavia riuscirci, al punto che oggi Secher affianca alla nozione di genocidio quello di “memoricidio”, per indicare la sistematica e consapevole rimozione dell’eccidio vandeano da parte della costruzione pubblica della memoria che a suo dire la Francia porterebbe avanti dal 1794 a oggi.

Chi ha seguito il dibattito sul revisionismo risorgimentale vedrà nella vicenda del genocidio vandeano molti punti di contatto. Non è affatto raro imbattersi nel concetto di “genocidio” impiegato dai revisionisti per definire i massacri post-unitari nel Sud Italia, poiché la tesi di Secher ha fatto ormai scuola. Conosciamo bene, per esempio, il peso del dibattito sul riconoscimento del genocidio armeno in Turchia; sappiamo pertanto che chiedere il riconoscimento di un genocidio, e non di semplici “massacri”, favorisce il dibattito pubblico, perché la nozione di genocidio implica l’esistenza di un progetto consapevole di sterminio. La “razza maledetta” dei vandeani (la definizione, se la memoria non m’inganna, è di Barère) sembra avere molti punti in comune con le descrizioni che si leggevano a quei tempi dei meridionali e della loro connivenza con il brigantaggio. Nessuno vuole qui negare l’esistenza di un “discorso discriminatorio” che ha legittimato i massacri, in Vandea come nel Sud Italia. Ma quello che non convince è il passaggio successivo: edificare monumenti in memoria dei “martiri”, far adottare delibere di riconoscimento da parte delle autorità politiche e affiancare alla celebrazioni “dei vincitori” quelle “dei vinti”.

La SISSCO correttamente parla di “uso pubblico della storia fortemente strumentale”. Perché di questo stiamo parlando: non ci si limita a voler riscrivere i libri scolastici (cosa che già in buona parte si è fatto), a correggere i testi divulgativi per il grande pubblico e ad aprire dibattiti tra gli storici e il pubblico, ma si vuole “utilizzare” la Storia per finalità politiche. L’appropriazione da parte del Front National della tesi di Secher è a tal proposito illuminante: l’estrema destra francese vuole, in tal modo, sottrarre alla sinistra lo storico monopolio dell’uso pubblico della storia della Rivoluzione francese, respingere gli episodi della Rivoluzione estremisti e colorati politicamente di rosso (in particolare il Terrore) e valorizzare piuttosto la prima parte della Rivoluzione, come ha fatto per esempio Jean-Marie Le Pen parlando a Valmy (luogo della prima battaglia vinta dalle armate rivoluzionarie della Repubblica) nel 2006. Rispetto all’Action française, che respingeva in blocco gli ideali della Rivoluzione propugnando il ritorno alla monarchia, l’abbandono dei princìpi democratici e il richiamo a Clodoveo e a Giovanna d’Arco come eroi nazionali (cattolici), il Front National si sta gradualmente riconciliando con la Rivoluzione, ma solo attraverso un processo di revisionismo che usa la ricerca storica per fini politici. Analogamente, il revisionismo risorgimentale è cavalcato oggi in Italia da quanti intendono utilizzarlo per motivazioni politiche ben radicate nel presente: l’autonomia dal governo centrale, come nel caso dell’amministrazione napoletana di De Magistris; e più in generale per rovesciare una politica considerata troppo settentrione-centrica, che negli ultimi anni ha tagliato tantissimi fondi per il Sud e per molti anni è stata influenzata dalla partecipazione della Lega Nord al governo nazionale. Quel che preoccupa è il fatto che, come scrive Ciarambino, il riscatto del Mezzogiorno e la costruzione di un futuro diverso non possano passare per altro che per la decostruzione della retorica risorgimentale e la costruzione pubblica di una memoria storica diversa. Un meccanismo di proiezione delle colpe nel passato, che scarica le generazioni attuali da qualsiasi responsabilità.

Uso pubblico della Storia, appunto; ma chi di uso pubblico della Storia ferisce, di uso pubblico della Storia perisce. Lo scorso giugno ho partecipato a Ravenna al primo convegno nazionale sulla Public History, una “nuova professione” centrata sulla figura del cosiddetto public historian, lo storico impegnato in attività pubbliche con la comunità, che esce dalla torre d’avorio della comunità scientifica per lavorare per e con il pubblico. In Italia il concetto di Public History, per motivazioni che mi sfuggono, è considerato sinonimo di “uso pubblico della Storia”, che invece altrove in Europa ha un altro significato: Jurgen Habermas aveva impiegato questo concetto in un saggio intitolato appunto L’uso pubblico della storia in un volume collettaneo edito in Italia nel 1987 da Einaudi: Germania: un passato che non passa. I crimini nazisti e l’identità tedesca. Habermas interveniva nel violento dibattito di quegli anni sul revisionismo nazista, e dava al concetto di uso pubblico della storia un significato negativo, ossia l’uso strumentale della Storia da parte dello storico che interviene nel dibattito pubblico per dare giudizi politici sul presente. Io resto legato a questa visione. Al convegno di Ravenna ho fatto notare che l’utilizzo che in Italia si fa di questo concetto è destinato a provocare fraintendimenti, dal momento che la Public History è tutt’altro, ossia la traduzione all’interno della comunità degli storici del concetto ben più radicato nella comunità delle scienze “dure” di public understanding of science, ossia di comunicazione pubblica della scienza e della storia attraverso un processo di dialogo con il pubblico. Lo stesso concetto di public historian andrebbe rigettato, ho sostenuto: perché non esiste un analogo public scientist nel mondo delle scienze fisiche, dal momento che ci si aspetta che lo scienziato (e quindi anche lo storico) abbia sempre a cuore la dimensione pubblica della sua ricerca.

Leggendo il primo testo sul tema edito di recente in Italia (Public History. Discussioni e pratiche) ho scoperto un episodio considerato fondativo benché ante-litteram della Public History, quello che vide nel 1954 la Corte suprema degli Stati Uniti decretare l’abolizione della segregazione nelle scuole pubbliche grazie all’attivismo di un gruppo di storici delle relazioni razziali che aveva operato fianco a fianco con avvocati anti-razzisti. “La decisione della Corte Suprema del 1954 e molti altri esempi di influenza degli storici nella vita sociale e politica della nazione dimostravano che gli storici accademici potevano essere chiamati occasionalmente a compiti di utilità pubblica, ma i nuovi public historian non intendevano aspettare di essere chiamati: si proponevano per un lavoro permanente dovunque, nella società americana, ci fosse uno spazio di intervento”, scrive Paolo Bertella Farnetti, uno dei curatori del volume. Ma nel momento in cui si accetta che lo storico possa intervenire nel dibattito politico persino attraverso azioni di lobbying sui processi decisionali, ossia nel momento in cui si accetta che lo storico possa fare “uso pubblico della Storia”, dove finisce l’uso pubblico corretto e inizia l’uso pubblico fortemente strumentale della Storia? Se il vento cambia e gli storici decidono, per esempio, che i tempi sono maturi per stimolare non solo l’opinione pubblica ma anche i decisori politici sull’esigenza di un dibattito revisionista relativo all’Unità d’Italia, dovremmo parlare di strumentalizzazione solo perché i proponenti non hanno cattedre universitarie, non facciano cioè parte di quelle “istituzioni formative e culturali, in primo luogo quelle universitarie e di ricerca scientifica” che la SISSCO ritiene uniche deputate a intervenire sugli usi pubblici della Storia? Allora diventa difficile, così, credere che davvero la Public History possa servire a far uscire la ricerca storica dalla torre d’avorio, se al primo attacco la reazione degli storici è quella di chiedere di essere convocati e ascoltati, perché essi soli sono i detentori della verità storica.

Questa, si badi, non è assolutamente una presa di posizione a favore dell’iniziativa che ha visto i consigli regionali di Puglia e Basilicata adottare delibere a favore dell’istituzione della “Giornata della memoria per le vittime meridionali dell’Unità d’Italia”. È un’opinione che vorrebbe problematizzare ulteriormente un dibattito che rischia di sfociare nella tradizionale polarizzazione tra storici e non-storici e che va in direzione esattamente contraria a quanto i sostenitori italiani della Public History vorrebbero ottenere. Se si accetta che il public historian debba essere legittimato a fare uso pubblico della Storia, bisognerà allora meglio definire la linea di demarcazione grazie alla quale respingere i venti pericolosi del revisionismo; una linea di demarcazione che non si limiti , però, a tracciare quella divisione che gli storici intervenuti finora nel dibattito vorrebbero suggerire, ossia la divisione tra l’accademia e il pubblico, che non sortirebbe altri effetti se non quelli di alimentare ulteriormente i revancismi populistici di cui questo paese sta gradualmente cadendo vittima, con le sue crociate contro i saperi “esperti”.

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