Lo scorso 29 agosto ci ha lasciati Bronislaw Baczko, grande storico polacco principalmente noto per i suoi studi sull’utopia e sulla Rivoluzione francese. Due temi strettamente correlati, come s’intuisce, ma che furono anche il frutto del suo percorso di vita: abbandonata la Polonia oppressa dal dispotismo sovietico nel 1968, Baczko si ritrovò nella Parigi della grande contestazione studentesca e osservò da vicino la costruzione delle nuove utopie che alimentarono i movimenti politici degli anni seguenti. Non è un caso che il suo libro Lumières de l’utopie, pubblicato nel 1978, sia stato letto e riletto da intere generazioni anche in Italia, dov’è stato ripubblicato a più riprese. Studioso dell’Illuminismo, Baczko vide nella Rivoluzione non l’eredità dei Lumi ma il tentativo di realizzazione concreta dei progetti politici e sociali elaborati dai philosophes. L’utopia assolve esattamente questo compito: quello di immaginare una «società giusta» e un ordinamento politico perfetto, «forma residuale del mito del paradiso perduto» secondo Baczko, che però i rivoluzionari presero alla lettera, tentando a più riprese di trasformare l’utopia in realtà. Su questo versante l’azione di Robespierre e di Saint-Just resta probabilmente la più incisiva: furono loro, nell’anno II, a elaborare il progetto politico di una Repubblica fondata sulla virtù, descritta da Robespierre attraverso i suoi discorsi alla Convenzione e da Saint-Just nei suoi “frammenti” sulle Istituzioni repubblicane. Di loro Baczko si è occupato soprattutto nel suo testo inedito in Italia Politiques de la Révolution française, tomo ponderoso di cui Donzelli ha pubblicato nel nostro paese solo una parte dedicata a Napoleone Primo Console. Ma è indicativo il fatto che Baczko abbia dedicato la sua più celebre monografia sulla Rivoluzione a un periodo che fu l’esatto opposto rispetto a quello del Terrore. Come uscire dal Terrore, pubblicato nel 1989 – anno non casuale secondo Giuseppe Galasso –, ha avuto il merito di riaprire il dibattito storiografico sul periodo termidoriano, il più negletto di tutto il decennio rivoluzionario, restituendogli il giusto ruolo e la sua complessità. Un’operazione portata avanti successivamente da Sergio Luzzatto con L’autunno della Rivoluzione (1994), di cui Baczko scrisse la prefazione, e da Pierre Serna soprattutto con La république des girouettes (2004). In Come uscire dal Terrore Baczko affronta, verso la conclusione, anche il complesso rapporto tra termidoriani e progettualità politica. Sconfitto Robespierre il 9 termidoro, gli uomini della Convenzione si ritrovarono infatti a dover affrontare il drammatico problema di spingere in avanti il percorso di costruzione della giovanissima Repubblica liquidando tuttavia al tempo stesso l’esperienza terroristica dell’anno II. Per riuscirci elaborarono una costituzione, quella dell’anno III, basata – scrive Baczko – sull’utopia dell’ordine repubblicano fondato sull’equilibrio dei poteri e sul sistema censitario, che limitava ai “più dotati” l’accesso al potere politico. Ma i termidoriani non riuscirono a fornire alla loro azione un autentico «progetto politico», con il risultato che il loro agire si limitò a un processo di azione e reazione per cui «ogni soluzione provvisoria sollevava nuovi problemi per i quali bisognava trovare delle soluzioni». Il grande errore dei termidoriani, che ne affossò l’opera politica sia nel loro presente – con il fallimento del Direttorio frutto della costituzione dell’anno III e l’ascesa del bonapartismo – sia nel loro futuro – con la connotazione negativa che da allora sconta l’aggettivo “termidoriano” – fu appunto quello di non produrre una «promessa d’avvenire», una «nuova utopia che rispondesse al nuovo inizio della Repubblica».

Riflessioni che si sposano inevitabilmente con quelle del tempo in cui Baczko scriveva, che poi in ultima analisi è lo stesso tempo in cui viviamo oggi. Scrivendo infatti Come uscire dal Terrore nei mesi del crollo del blocco sovietico, Baczko s’interrogava anche sul fallimento dell’utopia comunista e sulla sua capacità di costituire una «promessa d’avvenire» di respiro globale. L’URSS come la Francia del Terrore ? Il parallelismo è certamente azzardato, ma Baczko – che non apparteneva alla scuola marxista – guarda in realtà in avanti, verso il futuro. Intravede infatti, con molta probabilità, il «momento termidoriano» che l’Occidente si sarebbe trovato di lì a poco ad affrontare, un momento difficile in cui i paesi dell’Est (tra cui la sua Polonia) avrebbero dovuto cercare un nuovo progetto politico da sostituire all’utopia sovietica, appoggiandosi al modello occidentale senza esserne fagocitati. Dieci anni dopo Come uscire dal Terrore, scrivendo la voce “Utopia” dell’Enciclopedia delle Scienze Sociali Treccani, Baczko non a caso s’interrogava sul futuro del concetto:

Il neoliberalismo dominante, la diffidenza nei confronti di soluzioni sociali globali, e anzi nei confronti di ogni progetto di società, il rifiuto del volontarismo politico, la forte coesione sociale delle società liberali, la fede nella ‘mano visibile’ che porta gli stessi vizi privati a contribuire alla virtù pubblica, sono tutti fattori che annunciano l’abbandono di progetti alternativi di società e di politica.

Egli vedeva in opera gli stessi fattori del Termidoro: tentativi di uscire dai vecchi paradigmi attraverso azioni e reazioni, ma senza un orizzonte di senso, un progetto alternativo. Riprendendo un tema caro del discorso utopico dei rivoluzionari, scriveva altresì che «la democrazia non può rinunciare al suo principio che accorda a ciascun individuo il diritto di ricercare la propria felicità», condannando pertanto «la crescita della miseria e dell’esclusione che mina le nostre società», un processo del tutto simile a quello prodotto dalla reazione termidoriana. La domanda finale, che resta ancora oggi aperta (e a cui ho dedicato un saggio pubblicato lo scorso anno sulla rivista “Futuri”), riguarda il ruolo delle utopie nella società del domani:

In un’epoca e in un mondo sempre più disincantati, le nostre società si limiteranno ad amministrare il presente, relegando l’utopia a una delle sue funzioni primitive, quella di divertire, racchiudendola nel dominio ludico della fantascienza e dei mondi virtuali? Oppure il futuro sarà così incerto, l’opposizione tra principio di realtà e desiderio di felicità così forte, lo scarto tra la massa delle miserie e l’aspettativa di giustizia così notevole, le disfunzioni delle istituzioni democratiche così inquietanti, che tutti questi fattori congiuntamente porteranno a rinnovare l’utopia democratica?

Che in ultima analisi vuol dire chiedersi se vivremo in un eterno «autunno» termidoriano o ci aspetta, piuttosto, un ritorno della progettualità politica per un avvenire diverso.

baczko_terrore


Per approfondire:

leggi le voci Termidoriani, Direttorio e Mentalità rivoluzionaria nella mia “Guida alla Rivoluzione francese“.

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